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PERSONAGGI ILLUSTRI

SCI VERBANO 1931 ANDLOVITZ.jpg
Guido Andloviz - Vaso Monza 91 1930
Guido Andloviz - vasi "pastiglia" 1939/40
ARTISTI  E DESIGNER

In 150 anni di attività l'industria ceramica di Laveno,  che ha operato sotto diversi marchi, ha visto la collaborazione di personaggi importanti che ne hanno valorizzato il lavoro, riconosciuto a livello internazionale,  lasciando la loro impronta significativa.

GUIDO ANDLOVITZ (Trieste 1900 - Grado 1971) 

Nato a Trieste, si firma Andloviz, all’insegna dell’italianità, già dal 1917 quando, profugo per la guerra, si iscrive, a Udine, all’Istituto Tecnico A. Malignani. Prosegue gli studi a Firenze e, dal 1918 al 1923, si iscrive, a Milano, al Regio Istituto Tecnico Superiore (Regio Politecnico) e all’Accademia di Belle Arti di Brera. Abbandonata la scuola per disagi finanziari, inizia a collaborare con la S.C.I. grazie a Piero Portaluppi, suo docente, nonché amico e consulente di Luciano Scotti. Andloviz diviene così il primo designer interno a un’azienda, impegnato, già nel 1925, a presentare alla II Biennale di Monza, con successo, pezzi finemente decorati in linea con un linguaggio che sfrutta le possibilità della tecnica e con prezzi accessibili a una larga clientela. Costante la sua attenzione ai materiali, alle forme, ai decori, a rinnovare il gusto... e al marketing. Lo stesso anno si pubblica un Catalogo degli articoli per uso domestico in porcellana opaca per La Rinascente, dove si presenta anche il servizio da tavola Monza 16, dall’innovativa tesa che ricorda la corolla di un fiore aperto. Nel 1928 il vaso Monza 88 campeggia sulla copertina del n. 7 di “Domus” e nello stesso anno vince il Concorso Nazionale per l’ammobiliamento e l’arredamento economico della casa popolare con una camera matrimoniale realizzata dalla ditta Meroni di Lissone. Nel 1930 i suoi pezzi ostentano straordinari smalti monocromi, screziati, cristallizzati, che sottolineano la plasticità delle forme, alla IV Esposizione Triennale Internazionale delle Arti Decorative e Industriali Moderne di Monza. Nel 1933, alla V Triennale di Milano, sono esposti i servizi da tè e da caffè, tra cui quello sferico, originale e innovativo punto d’arrivo della ricerca geometrica. Nel 1936 espone, sempre al Palazzo dell’Arte, l’essenziale servizio da tavola Vittuone e il vaso globulare 1316, ovalizzato sui due lati, capolavoro del Novecento europeo. S.C.I. è presente nel 1937 all’Esposizione di Parigi, dove Andloviz è il primo a presentare lavabo/bidet/vaso come linea di sanitari. Il nuovo corso è ben documentato in un grande pannello ceramico su Prodotti Autarchici Società Ceramica Italiana di Laveno presentato a Roma, nel 1938, per la Mostra dell’Autarchia, al Circo Massimo. Nel dopoguerra Andloviz continua a progettare: datano al 1951 il servizio "Urbino", funzionalista, e "Arezzo", che coniuga stilemi anni cinquanta con i prodromi del Neo-liberty; nel 1954 è di nuovo presente come espositore, ma anche come curatore, alla X Triennale. Dal 1961 in pensione, continua a vivere a Laveno, consulente dell’azienda (dal 1963 al 1965 ha incarico per la ristrutturazione del negozio di Roma) e inizia a collaborare con Cesame progettando le serie Dorica e Ionica. Nel 1967 si trasferisce a Grado; muore nel 1971 in un incidente d’auto. 

Guido Andlovitz_per_società_ceramica_italiana,_servizio_monza_o_margherita,_laveno_1925

ANGELO BIANCINI (Castel Bolognese 1911-1988) 

Angelo Biancini inizia i propri studi frequentando il Corso Professionale per Ebanisti all’Istituto Alberghetti di Imola: un periodo d’importanza assoluta per un corretto apprendimento delle tecniche manuali. Grazie a una borsa di studio, frequenta nel 1931 l’Istituto d’Arte di Firenze conseguendo il diploma in Scultura Decorativa e Arte del Legno ed è proprio nel corso del suo soggiorno fiorentino che conosce e frequenta lo scultore Libero Andreotti (1875-1933), del quale diventa allievo e amico. Da Andreotti Biancini riprende l’attenzione per le forme quattrocentesche, per i classici toscani, per le suggestioni del classicismo di derivazione arcaica.

Dal 1934 al 1937 si sposta a Faenza per insegnare all’Istituto Tecnico Professionale, iniziando qui il suo percorso in campo ceramico grazie all’incontro con il ceramista faentino Mario Morelli. 

Numerose sono le opere nate dalla collaborazione tra i due artisti, alcune delle quali prendono parte alla Triennale di Milano del 1936 e ad altre esposizioni. 

Angelo Biancini arriva a Laveno nel 1937 e vi rimane fino al 1940, come collaboratore alla direzione artistica della S.C.I. insieme a Guido Andlovitz. Subito l’artista rompe con il ciclo tipicamente seriale che contraddistingue l’industria ceramica S.C.I. in quel periodo, creando un filone produttivo più artigianale analogo a quello da atelier e proponendo figure a tutto tondo, sia di piccolo formato sia grandi statue, pannelli ad alto e bassorilievo, ma riesce anche a mediare tra le forme obbligate degli oggetti prodotti in serie e la sua vena scultorea, intervenendo con piccole appendici plastiche su oggetti più semplici. I vasi sono decorati con figurine in bassorilievo, il pomello di una scatola si trasforma in un piccolo animale, in armonica eleganza. 

La grande conoscenza della tecnica ceramica da parte delle maestranze della S.C.I. e l’approccio con la grande industria facilitano sia la produzione di lavori in grande serie che opere scultoree imponenti come il grande pannello Orfeo che incanta gli animali con la musica. Tra le opere a tutto tondo realizza una statua prodotta in due altezze, Diana Cacciatrice, che sarà esposta in diverse occasioni quale esempio della migliore e più alta produzione artistica della S.C.I., ottenendo anche riconoscimenti e premi, tra cui quello per la scultura da giardino alla Biennale di Venezia del 1940. 

L’eccellenza acquisita dai tecnici nel proporre smalti cosiddetti artistici, a colaggio e a reazione, conferisce unicità alle opere ideate da Biancini. 

Il pensiero di Biancini diventa espressione dell’ideale nazionalista: nelle sue opere sono rappresentati la famiglia, la vita comune, le espressioni felici, i giochi dei bambini, il lavoro, l’amore per la terra. Sono di questo periodo le piccole sculture intitolate Il gioco, La fortuna, Le quattro stagioni, L’amore. Si discostano dalle precedenti, e s’ispirano alla mitologia classica, le grandi sculture: Atteone, Diana cacciatrice, Orfeo, le Sirene. In altre opere Biancini sviluppa il tema religioso, a lui molto caro: San Francesco, la Fuga in Egitto, i Putti, la Vergine con il Bambino, La madre del legionario. 

A seguito dell’esperienza lavenese, Biancini consegue l’incarico di assistente all’Istituto d’Arte per la Ceramica di Faenza; nel 1943 ottiene la cattedra di Decorazione e Plastica. Continua la sua attività artistica realizzando anche opere pubbliche, grandi opere scultoree in ceramica e bronzo, raggiungendo la piena maturità artistica. Continua i rapporti epistolari e di collaborazione con la S.C.I. di Laveno: infatti, alcuni suoi vasi saranno esposti nel 1957 alla XI Triennale di Milano. 

Angelo Biancini - Putto con oca 1931
Angelo Biancini - altorilievo "Sogno" 1940
Angelo Biancini - gessi preparatori scultura "Orfeo incanta gli animali con la musica"  1939-1940
Antonia Campi - fruttiera (pezzo unico) 1948-1950
Antonia Campi - portalampada C420 - 1955
Antonia Campi - portaombrelli "Spaziale" 1949

ANTONIA CAMPI (Sondrio 1921 – Savona 2019) 

Antonia Campi (Neto per gli amici), tra i nomi più noti nell’ambito del design ceramico, ha come ‘luoghi del cuore’ Laveno e il Museo di Cerro, che ha progettato nel 1970. Rigorosa e innovativa, spirito indipendente e molto determinato, parte dalla gavetta trovando nelle terre, nella terraglia forte in particolare, il medium prediletto per esprimere la propria ricerca. Fin da giovanissima effettua una scelta controcorrente: frequenta il corso di scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera, allieva di Francesco Messina (1900-1995). Ma Neto tende a conoscere e a far proprie soprattutto altre esperienze europee, di scultori, naturalmente: Arp, Moore, Hepworth… ma anche di pittori, Ernst e Tanguy, e il Picasso delle ceramiche. Già nel 1947 esplicita la sua scelta operativa: l’anno seguente entra come operaia addetta alla decorazione alla Società Ceramica Italiana di Laveno. Art director ancora Guido Andlovitz, suo primo, lungimirante estimatore, che ne riconosce il valore e le potenzialità, inserendola nel reparto artistico dell’azienda. Marchiato Laveno, 1950, il suo primo, piccolo vaso in porcellana: a seguire gli straordinari Articoli Fantasia. In meno di un decennio sono centinaia gli articoli che progetta, dalle forme morbide – in molti il vuoto a dominare sui pieni –, dai richiami antropomorfi o legati al mondo animale, declinati spesso nell’inconsueto, allora, bianco e nero. Nel 1958 inizia a dedicarsi alla progettazione di apparecchi sanitari per la S.C.I. continuando poi dal 1965 per Richard-Ginori e per Pozzi-Ginori, che rinnova con attenzione agli aspetti ergonomici, ottenendo risultati inaspettati per forma e colore. Succederà ad Andlovitz nel 1962 all’art direction dell’azienda, mantenendo questo ruolo anche dopo i modificati assetti societari che vedono le fusioni con Richard-Ginori e Pozzi. Coinvolta anche in progetti di ampie dimensioni, è autrice nel 1948 delle piastrelle per la colonia estiva della S.C.I. a Marina di Pietrasanta e del fregio Landscape presentato alla IX Triennale di Milano nel 1951. Segnalata già nel 1956 al Compasso d’Oro per il progetto di alcuni oggetti in metallo, forbici e trinciapollo, ancora esposti al MoMa di New York, sarà insignita del prestigioso premio alla carriera nel 2011. Dallo stesso anno opera con la ceramista faentina Antonella Ravagli: siglate Antò le loro progettazioni/produzioni, la prima è un grande pannello per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, L’Italia nei secoli, per Palazzo Montecitorio, a Roma.

Sue ceramiche figurano al MoMa di New York, allo Staatliches Museum di Monaco di Baviera, al Museum of Modern Art di Philadelfia, al Victoria and Albert Museum di Londra e al Montreal Museum of Decorative Art, nonché al MIC, Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza.

MARCO COSTANTINI (Laveno Mombello 1915-2003)

Marco Costantini, a soli dodici anni, dopo aver frequentato la Scuola di Disegno Serale di Laveno diretta dal professor Mario Aubel, trova lavoro come cesellatore nel campo degli arredi sacri. Seguendo il consiglio dell’incisore lavenese Angelo Arioli, impara la tecnica dell’incisione per la stampa su ceramica. Nel 1940 frequenta la Scuola Umanitaria di Milano, dove si perfeziona nella tecnica del bulino sotto la guida del grande maestro orafo Ambrogio Nicolini. Conosce a Cerro di Laveno il pittore futurista Luigi Russolo e da lui ottiene indicazioni per l’incisione all’acquaforte e la stampa al torchio calcografico. Dal 1947 al 1966 la sua attività si svolge negli stabilimenti della ceramica lavenese, dove si occupa d’incisione per la decorazione di terraglia e porcellane. Realizza opere proprie o trasposizioni da disegni di Guido Andlovitz, Antonia Campi, Leonor Fini, Mario Villani Marchi esposte alla Triennale di Milano del 1951. Tali lavori sono molto apprezzati dall’architetto Gio Ponti in occasione di una sua visita alle ceramiche di Laveno Mombello. Di quegli anni è la realizzazione di un servizio da tavola decorato con la tecnica incisa oro zecchino per il Negus imperatore d’Etiopia. Dal 1966, chiuso il reparto della porcellana dello stabilimento Verbano, Costantini apre la sua bottega, dove continua la collaborazione con aziende ceramiche nazionali e l’attività d’incisore calcografo, con la partecipazione a mostre personali e collettive. 

Marco Costantini - Tazzina caffè con piattino - porcellana incisa con oro zecchino 1955
Piero Portaluppi - vaso Monza 19/2 1923
Piero Portaluppi - servizio da tavola Vecchia Milano, decoro Piero e Lia 1920

PIERO PORTALUPPI (Milano 1888–1967)

Si laurea nel 1910 presso la facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, allievo di Gaetano Moretti del quale diviene presto assistente di ruolo. Dal 1936 è professore ordinario di composizione architettonica e tra il 1939 ed il 1963 Preside della stessa Facoltà. Per il suocero Ettore Conti realizza tra il 1912 e il 1930 numerose centrali elettriche in Val d’Ossola (Verampio, Valdo, Crevoladossola, Cadarese le più note), da subito considerate simbolo di modernità. A Milano progetta numerosi edifici pubblici e privati, tra cui il Planetario Hoepli, Palazzo INA, Villa Necchi Campiglio, l’Arengario, l’Albergo Diurno Venezia. Cura inoltre i restauri della Casa degli Atellani (dove egli stesso abita e dove si trova la Vigna di Leonardo), della Pinacoteca di Brera, di Santa Maria delle Grazie e, nel secondo dopoguerra, interviene su importanti edifici storici milanesi: Brera, convento di San Vittore-Museo della Scienza e della Tecnica, Piccola Scala, Ospedale Maggiore-Università Statale.

Il legame professionale e d’amicizia con l’ingegner Luciano Scotti lo porta a Laveno, dove – oltre a progettare Villa Fumagalli, l’ampliamento del cimitero (mai realizzato) e la risistemazione dell’annesso Parco delle Rimembranze dedicato ai caduti –    è consulente artistico per la Società Ceramica Italiana fino all’arrivo di Guido Andlovitz, che era stato suo allievo a Brera. Nel 1923 e 1925 cura l’allestimento dello stand della S.C.I. alla I e alla II Biennale delle Arti Decorative di Monza. Nello stand del 1923 sono presentati, in particolare, anche i prototipi di due suoi vasi, Monza 3 e Monza 19, quest’ultimo esposto in museo in un unico esemplare blu cobalto con decori a terzo fuoco in oro e argento (sala 4). Personaggio eclettico, ironico, amante di anagrammi ed enigmistica, ne ritroviamo lo spirito scherzoso nel servizio da tavola Vecchio Milano (sala 3) con una curiosa decorazione in giallo e blu disegnata in omaggio alla moglie Lia Baglia Conti, dove spicca il suo gusto per i giochi di parole nelle scritte-decoro ricavate dagli anagrammi dei nomi Piero e Lia (“Pria e l'io”, “Piroleai!”, “Io per Lia”, “Ire al poi”, "Pari o lei”, "Ó iperali") riportate nei cartigli sotto il disegno dell’inconfondibile casetta con il comignolo, simbolo e firma dell’architetto. 

Qui trovate il link alla Fondazione.

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